Futuro

11 Maggio 2007 3 commenti


Odio le persone che continuano a non capire.
Ma possibile che in questo cazzo di mondo solo io faccio sempre sforzi per capire, per assecondare, per non urtare nessuno…oddio,in quest’ultimo punto non riesco tanto bene a dire il vero. Ma il mio cuore non vorrebbe mai.
Se mi coprissi sul serio di quel mantello individualista che qualcuno porta non sapendo di portarlo.
Mi dispiace proprio,mi dispiace tanto.
Ma si può essere fatti così? Bene o male decidetelo voi.

Ho bisogno di un altro corpo e un altro cervello.
Il mio cervello ormai è solo un lontano parente malato di quello che conoscevo prima. Prima avevo una proiezione di me…ero malinconico e pensatore ma pieno di legittima autostima. E la proiezione che questa generava era grandiosa. Mi sentivo una potenza che prima o poi si sarebbe rivelata. Si, in cuor mio me la tiravo, ero orgoglioso. Pensavo di essere non solo una bella persona, ma anche una persona valida.
Ora mi sono incattivito, mi sono scoperto duro, irritabile e anche palesemente incapace e disabile in tutte le cose a cui tenevo.
Mi farò cambiare questo corpo e questo cervello inservibile, annerito e fumante.

In fondo sono ancora una bella persona?
Sono ancora in grado di essere felice, far felice chi mi circonda e non arrecare danni a me e agli altri.

Devo tirare il freno ragazzi, altrimenti qui ci schiantiamo di brutto.

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Febbre

12 Marzo 2007 1 commento


Un?immagine, un ricordo.
Torno a casa, era sera, era il tempo delle scuole medie. Il buio che arriva presto, prima del solito e di quanto fossi abituato a vedere dopo una stagione di sole, ti ricorda che è ora di mettersi a lavoro, che tutto è ricominciato. Che potrai però trovare, quando rientri a casa e non c?è nient?altro da fare, il camino acceso. Magari è martedì e c?è pure l?ennesima partita dell?Inter in Coppa Uefa. Mio padre ha appena installato Windows 95. Che novità?e gira un video sul monitor, Good Times di Edie Brickell. Il senso di inquietudine per il domani si placa, che poi il domani di allora era solo un?interrogazione di italiano al massimo. La dimensione del presente serale era un mondo che già in quel momento spariva, perché arrivava Windows e tutti i miei floppy con i giochi per Ms-Dos avrebbero fatto una brutta fine, ma io non lo sapevo. E infatti non si stava per niente male, del resto le prime riviste con i Cd pieni zeppi di demo per il nuovo sistema operativo riempivano il tempo e potevo pure passare ore a frugarci dentro. C?era pure una sorta di compilation, mi muovevo all?interno di un astronave lanciata nello spazio, osservando il cosmo illimitato passare lentamente al di là dei vetri virtuali. In alcune sale del veicolo spaziale, delle pedane da cui potevo provare i videogames del futuro. Ma il mio gioco prediletto era proprio l?interfaccia da cui potevo fare questo.

Insomma, il ripiego nella dimensione individuale, il rifiuto dell?impegno sociale e della costrizione responsabile, l?utilizzo volutamente dispersivo del mio tempo?stratagemmi di sopravvivenza e di equilibrio mentale come il mio blog. Quando ci devo e ci dovrò essere per gli altri o per un altro non mancherò, forse. Forse, già. Perché ho sperimentato anche la possibilità di non rispondere bene più nemmeno a me stesso, a fronteggiare comportamento e reazioni (del mio io e del mio corpo) che non conoscevo, non credevo possibili o pensavo di poter controllare agevolmente, rifuggite in base ad un etica tutta mia, forse stoltamente elevata al Giusto in un continuo di mancata umiltà.

Mi è stato detto che spesso ho la forza di volare basso, di non sbattere i pugni anche quando ci sarebbe necessità. Ho troppa umiltà allora? Comincio a non crederlo, anche perché di punto in bianco reagisco. E mi meraviglio. Un post sul blog è una l?esigenza di razionalizzare la mia vita, e l?anteprima di una reazione a qualcosa. Ma quale reazione?forse all?attesa di qualche mese fino ad un altro post.
Era di questo che volevo parlare?
In fondo non lo so, perché vedi, in fondo il problema è sempre lo stesso. I pensieri e le riflessioni, le ipotesi e i tarli spingono con violenza sulle pareti del mio cranio, fanno male e da qualche parte devono pur uscire?ma sono tanti e impazziti, quando escono trovano spesso una via di fuga inopportuna, voglio dire, non è da lì che dovevano uscire, forse non erano nemmeno quelli che dovevano vedere la luce per primi. Regna il caos e il disordine, l?anarchia della mente che è talmente profonda ed ampia da divenire ingestibile. Ci vuole qualcuno che la gestisca da fuori, ecco. Perché io non basto più probabilmente. Gestitemi.
Sull?uscio del mio cervello, dicevo, c?è un imbuto pazzesco.
La mia mente esausta vomita. E? un organo del corpo, malato e pulsante, che rigetta virus da piccole ferite.

E? stato un fine settimana pesante, che ha offerto spunti per sublimazione di un po?di me.
Scrivo col mio regolare mal di pancia, per la cronaca. In questi giorni ho sommato più sofferenze, di vario tipo. Chissà perché ma non riesco mai a scindere gli eventi, ogni cosa che accade mi da occasione di riflettere su tutto, trovo un nesso a tutte le dimensioni della mia esistenza. Come un sistema perfettamente organico, come un tutto le cui parti sono interconnesse. Ogni volta è il punto della situazione. O meglio, i due punti. Un discorso aperto, che non si chiude mai, come la vita. Anche la vita di chi non c?è più, improvvisamente. Che poi nessuno se ne va per sempre, sembra retorica ma non lo è affatto, non lo credo affatto.

Il senso di impotenza di fronte agli eventi, già descritto in passato. Sapere che di fronte a certe dinamiche nulla si può è intrinsecamente limitante per l?uomo nel mondo. Ma è molto importante comprendere che se nulla si può, probabilmente nulla si deve o si dovrebbe. Tutto qua. Mi dispiace sinceramente per quello che è accaduto, anche se non ho avuto modo di approfondire un rapporto o entrare nelle coordinate di un?amicizia propriamente detta. Vincenzo è stato una meteora feconda nella mia vita, una parentesi di un periodo che ha impresso una svolta brusca e inaspettata al corso dei miei eventi. Quando qualcuno se ne va in quel modo, le riflessioni sono scontate ma non banali. Non mi meraviglio più, so che la morte non guarda in faccia a nessuno, a chi sei e cosa fai, cosa hai ottenuto e cosa no, quali sono i tuoi sogni realizzati e quelli nel cassetto, quanto sei importante per le persone che ti circondano. La morte non è una punizione e tantomeno un?eccezione. E?una fase esattamente identica a tante altre della vita. E?una parte della vita, che noi chiamiamo morte e la mettiamo in antitesi. Vedere qualcuno andar via così spesso fa paura perché ci ricorda che potremmo essere noi. E? uno slancio egoistico, questa paura. Io forse non ho paura di morire, penso di poterlo dire. Non ne ho di certo paura per me. Ho avuto tanto, molto di quanto si poteva desiderare. Ho avuto innanzitutto la cosa di cui più mi importa, ho solo 24 anni e l?ho avuta già, sono molto fortunato: la stima delle persone che mi conoscono, senza quasi eccezione chiunque si sia imbattuto seriamente sulla mia persona ha percepito qualcosa di buono, questo davvero è sufficiente. Quello insoddisfatto semmai sono io, sempre irrequieto e scontento di me stesso, causa dei miei mali e problemi, preda dei guasti e dei circuiti perversi del mio pensare, che dalla mente vanno al corpo e dal corpo al resto del mondo.
Ho paura di mancare proprio alle persone che ci tengono, questo si, questa è la mia unica paura. Non voglio ancora una volta fare del male a nessuno. Mi dispiacerebbe.
L?altra riflessione è che bisogna fare della propria vita un?esperienza significativa, per quanto si riesce. Bisogna godere di tutto e cercare di stare bene. Bisogna difendere a denti stretti le idee e le persone care, bisogna mettere il cuore innanzitutto, bisogna vivere al massimo delle proprie possibilità e anche oltre, ogni giorno. Bisogna impegnarsi per gli altri, io penso questo. Lo penso davvero! La vita ha un senso solo se quello che faccio vale per gli altri, fondamentalmente. E quando dico che bisogna godere, non è un controsenso. Non è un rigetto di individualismo, menefreghista ed egoista, che mira a soddisfare me stesso in base ad un carpe diem, dato che prima o poi tutti passiamo a miglior vita. E? solo un modo per dire che devo cercare di dare il giusto valore a quello che gli altri mi danno e che fanno per me, alle cose belle che la vita mi offre, saperle cogliere e saperle tenere in alto.
Eppure la morte fa soffrire, se anche si tenta di razionalizzarla e introdurla nei binari della normalità, che pur gli competono a pieno titolo. Perché? Forse perché appartiene alla famosa sfera dell?ingestibile, al di fuori della sfera materiale e sensoriale: forse la morte richiede uno sforzo in più per comprenderla. E allora perché sono dispiaciuto? Per ragioni umane innanzitutto, perché la compassione e l?empatia sono cose normali. Perché seppur la morte è normale, faremmo sempre di tutto per tenere un nostro caro attaccato saldamente alla vita, difenderemo la possibilità di poterlo vedere, sentire e toccare a fianco a noi con tutte le forze. Perché la morte è quella parte della vita che non percepiamo direttamente.
Sto sentendo il peso della sua sofferenza, ed è normale che debba fronteggiarlo. Capisco quanto forte può essere un legame, anche più forte di quello che potevo immaginare. Me lo dicono le proporzioni di una reazione. Ho già subito, sette anni fa, la perdita di una persona molto cara. Molto cara. Ho avuto certamente il tempo di ?abituarmi? all?idea di una sua scomparsa, tastando con mano, giorno per giorno e a stretto contatto,il calvario della malattia durato 3 anni. Ma il sapere che un male incurabile è sempre dietro l?angolo, e può far parte di noi improvvisamente, che potrebbe colpirci e costringerci a convivere con lui fino a trascinarci al di là della vita, questo si, può essere paragonato a una scomparsa improvvisa, inaspettata. Il concetto è il medesimo, nessuno è immune da niente. Tutto è possibile, niente è un?eccezione. La prima lezione l?ho avuta sette anni fa, ed è inutile sapere che è così, questo lo capisco bene. E? inutile almeno finchè non ne constatiamo la veridicità. Come quando ho avuto paura di aver contratto un brutto virus?avevo paura seriamente, e cominciamo ad entrare nell?ottica di dover conviverci. La mia mente ha costruito un?impalcatura che secondo alcuni era eccessiva, ma era soltanto una fase di preparazione e di accettazione del destino, del mio destino in quel momento legittimo, se quello fosse stato. Cominciamo già a dare un nuovo senso alla mia vita, sbagliando perché è il senso che dovremmo dargli tutti i giorni, è la verità. Dovremmo dargli il senso più alto, non posso fare a meno di ripeterlo.
Quando lei se ne andò, una persona era con me, e strinse le sue braccia sui miei fianchi con grande calore. Non mi lasciò un istante. Mi teneva con se, mi guardava, mi sorreggeva. In quella chiesa era con me, i presenti ricordano il suo abbraccio durato un?ora ininterrotta come lo ricordo io. Ebbene si, fu in grado di attutire il mio dolore, in maniera forte. Occupava la mia mente e mi dava forza pensare che quella sensazione sarebbe proseguita, non mi avrebbe abbandonato, non mi avrebbe lasciato solo in quel momento di difficoltà, ma soprattutto dopo, quando la tempesta sarebbe finita, lei sarebbe stata ancora con me. Era bello. A posteriori mi è dispiaciuto non aver perso una lacrima quel giorno. Non è successo. Sono sicuro che il perché è in lei. Sono l?antitesi di un insensibile, una ragione ci sarà ed è quella. Se ora perdessi una persona molto stretta forse non sarei in grado di trattenere le lacrime, nonostante gli appoggi. Ma avverebbe solo in determinati casi, ovvero nei casi in cui l?anima di queste persone è strettamente connessa con la mia, e questi casi sono davvero pochi, lo assicuro. Ci sono persone che sono la mia vita, sono poche. Molte meno di quanto possiate immaginare. Si contano sulle dita di una mano. Per queste persone varrebbe la pena versare lacrime.
Comunque non è mai bello scoprirsi impotenti, e capire che nonostante la mia vicinanza non potrò (e non ho potuto) lenire il suo dolore, i suoi pensieri e la sua sofferenza. Forse chi lo sa, è un po? di stupida presunzione, avere la pretesa di assorbire con l?amore il male interiore di una persona. L?amore non basta, è forse un discorso ovvio. Un po?come il dire che si è comunque soli. Ho provato anche un po? di sensi di colpa di fronte ai rimpianti, perché quando manca una persona cara, la sensazione è che forse gli abbiamo dedicato meno tempo di quello che meritava. Vorremo sentirlo ancora una volta almeno. Un impulso tardivo. Il rimpianto è dunque questo, e io sono in parte responsabile di questo allontanamento, di questa graduale sua sparizione dall?orizzonte. Ho fatto da ponte verso il cambiamento, che ha causato la fine ?effettiva? (anche se magari non voluta) di un rapporto, in qualsiasi forma potesse mantenersi. E?successo così, e me ne dolgo. Ho riempito il suo tempo e la sua mente, in un certo modo sostituendomi a lui dopo tanto tempo. E vedere questo dolore mi fa capire quanto forte era il sentimento, e che in fondo questo sentimento covava ancora nel profondo del suo cuore, da qualche parte. Il rimpianto per non aver dato e avuto abbastanza da lui, la fine di tutto sancita dal destino?mentre era comunque piacevole vedere quella porticina dell?anima ancora aperta verso di lui.

Felicità a sprazzi, la sintesi di questo finale.
Queste riflessioni si sommano al turbinio immenso di pensieri che da tanto tempo mi travolge. Ho scelto una strada difficile e l?ho fatto in base all?imperativo di vita che ho mostrato sopra?ovvero quello di vivere ogni giorno come se fosse l?ultimo, di non avere paura delle responsabilità e dei cambiamenti, di non mettere mai dei freni di fronte alla volontà e al desiderio, di castrare i sogni del cuore con i ferrei schemi della ragione. Potevo stare a casa fino a 30 anni, come tanti. Stavo bene, non mi mancava nulla. I soldi erano l?ultimo dei problemi. L?amore non c?era, ma l?amicizia si e con quella avevo trovato uno splendido equilibrio. Gli interessi erano tanti, la stima del mondo verso di me alta. La vita era comoda, diciamolo. L?amore ha cambiato tutto ed ha preso in mano le redini di me conducendomi a dove sono ora. In una situazione ricca di ostacoli, è vero. Ogni giorno devo inventarmi la vita, i soldi non bastano mai e devo ricorrere a stratagemmi per andare avanti. Ma la vita è così, ho solo anticipato il corso degli eventi, volontariamente e per questo non mi dolgo. I pochi soldi mi precludono una vita da giovane e una normale vita di coppia, non posso fare tante cose che potrei e vorrei fare.
La mia vita ora è frenetica, veloce e impegnativa, non sono più soltanto lo studente in attesa di una laurea che (anche per colpa mia) sembra non voler arrivare mai, ma sono un uomo di fronte ai mille ostacoli della vita, che affronto con difficoltà nonostante sappia bene che c?è chi naviga in acque ben più torbide delle mie.
La frenesia quotidiana sottrae tempo ai miei studi, ai miei interessi, al mio tempo ed anche al nostro, di tempo. Il mio fisico è eroico e stoico, combatte con onore questi frutti amari della velocità, ma il mio intestino già di per se delicato ha subito un ulteriore strattone. Soffro di continuo mal di pancia da stress e da alimentazione probabilmente, ho dovuto rinunciare ad un altro dei cardini della mia esistenza, un rito fondante, un?abitudine che va ben al di la di una bevanda?la birra. E la cosa è seria, non pensiate. E? quel famoso sistema interconnesso. Il mio intestino che si ribella al bere ed al mangiare è solo un simbolo, un sintomo dei tempi che corrono.
E il fisico fa i capricci anche su altri versanti qualche volta, perché è strettamente interconnesso con la mente e si sa, che certe volte il corpo non vuole pensieri.
Fare l?amore, già?felicità a sprazzi.
Il nervosismo indotto condiziona a 360 gradi la mia/nostra esistenza, ostacola questa relazione, mette delle nuvole di fronte ad un sole finora solo immaginato.
Tutto è difficile. Tutto è da superare, mai nulla è limpido stabilmente.
Mi sono iscritto a pieno titolo nella gabbia proto-borghese, nella durezza delle logiche di sopravvivenza, nella spesa per mangiare, nell?affitto e nelle bollette, nella benzina, nei medicinali e nella ricerca di un lavoro che non arriva e non può ancora arrivare senza una laurea, ma anche con una laurea non avremo grossi cambiamenti coi tempi che corrono.

Non sono pentito di nulla, questo deve essere chiaro.
Sono affaticato, provato e sotto torchio. Questo si. Ma non sono solo, e soprattutto era un rischio prevedibile e assunto secondo responsabilità.

In nome di qualcosa di più grande, che da un senso alla vita.
Tutto questo casino perché la mia vita in fondo un senso profondo lo dovrà pur avere?

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Elogio del non-essere

27 Dicembre 2006 3 commenti


Cerco di vedere le cose in prospettiva.
Forse è un errore…in quanto la prospettiva che posso vedere è la mia, per forza di cose. Del tutto soggettiva.
E se avessi ragione?
E se invece ci avessi visto bene?
In realtà un ragazzo di 24 anni oggi non lo sa più se ci ha visto bene o male. Perchè siamo condannati al precariato esistenziale?
Il problema devo essere per forza io, me lo sento.
Intendiamoci.
Se il problema è realmente negli altri e nelle cose,e io ci ho visto bene e credo alla mia teoria fino in fondo, le cose non cambiano affatto.
Perchè se io fossi diverso, osservatore meno acuto o semplicemente acceso, non mi accorgerei di nulla e vivrei felice. Vivrei beato.
Quindi gira e rigira il problema sono io.

Uno strano mal di testa, come non ne avevo mai avuto forse in vita mia, da giorni mi perfora le tempie ed il cervelletto. La stanchezza comincia a stratificarsi, l’usura del cervello comincia a mostrare i suoi effetti.
Tento di mantenere un equilibrio ma anche per far questo bisogna utilizzare energie, e da qualche parte vanno recuperate.
Sento che non posso più trovarle dentro di me.
Spero che qualcuno venga presto in mio soccorso, che accada quello che è successo altre volte, che la macchina non sbandi e mi conduca dritto al di fuori da questa tortuosa strada, in modo che io possa osservare con serenità il paesaggio e sentirmi bene, come in un pomeriggio sardo al sole delle domenica.
Dove osservo il mondo e mi dico che nonostante tutto,quel che vedo intorno a me è bellissimo e ce l’ha fatta,e con lui ce l’ho fatta anch’io.
Che sono una parte del tutto e sto bene, sono a posto veramente.

Ho un odore addosso che mi accende e mi ferisce contemporaneamente.
Il flusso del tempo che scorre e che è passato mi attraversa a flusso continuo, e fa un gran rumore come quello dell’acqua che circola in quella maledetta caldaia rotta.
Vorrei dare dei pugni al muro se servisse.
C’è un brutto muro natalizio.

L’unica cosa dolce è la testa del micio che sbuca dal cassetto.
Si,sono effettivamente un bimbo, per tante cose.
Mi dolgo anche di questo.

Ma è la verità. Devo accettare le conseguenze della verità.
Che è la parte più difficile,poi.
Forse il peggio deve ancora venire.

Credo che l’analisi più lucida che posso fare sia questa…e cioè che qualcosa che realmente non va esista davvero, e che ne sono causa in parte.
Credo che abbia fatto e stia continuando a fare tanti errori soprattutto a causa della mia mente. Ma credo anche che non posso fare a meno di commetterli in quanto farei un torto alla mia essenza. E devo accettare la fatalità di fare tanto male in nome del bene.

Il problema c’è.
Si può risolvere, forse.
Ma ci vorrebbe un altro, per risolverlo.
Io sono parte del problema.
E come tale dovrei risolvere me.

Avete mai visto un problema che si auto-risolve?

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Qualcosa tra le righe del tempo

21 Novembre 2006 1 commento


Immagino un grande oggetto dalla forma del tempo.
Questo oggetto sono io, e il brivido che mi attraversa è una costante.
E’una costante solo al pensiero, e qualcosa passa attraverso me, viene da me stesso e viene da prima, dall’origine. E’trasfigurata,ma è riconoscibile.
Il gatto fa stridere le sue unghie contro la sedia e mi distoglie temporaneamente dal brivido. Il radon ha tante proprietà…e non ha perso occasione di ricordarmene una. Quella di penetrare i corpi, di penetrare il mio corpo e fissare i suoi radioisotopi sulle pareti dell’anima.
Ruoto vorticosamente su me stesso,alla velocità di 30 giri al secondo.
Ricevo ed emetto radiazioni.
La griglia di internet è di nuovo pronta a fissarne qualcuna.
Nell’etere, schegge di fragilità che appartiene a me e a tutti coloro che fanno parte della mia categoria.Farsi domande a risposte,che non avete affatto…e forse non le avete perchè le fate alla persona sbagliata.Non bisogna eccedere con lo stressare se stessi,allora si potrebbe porre la domanda ad un’altra persona,magari quella che ci sembra migliore.Ma non abbiamo affatto le risposte.
Avrei preferito scivolare dalle pareti dell’anima per i miei difetti consapevoli e caratteriali, piuttosto che per incontrollabili maledizioni meta-psico-fisiche. Mi tengo aggrappato ai brandelli della speranza e della forza dell’origine,sempre quella poi.
Che De Benoist l’ha scritto,che l’origine è tutto.
A suo modo lo diceva anche Rosamunde Pilcher (mi si perdoni il paragone irriverente) anche se non è il caso di cui parliamo.
E spero di svegliarmi un giorno e poter tirare un bel sospiro senza incappare nei radioisotopi dolorosi ormai annidati tra le mura del cuore e della mente.
Qualcosa tra le righe del tempo.
Qualcosa di me frena me e l’idea di me che intendevo proiettare.
Sempre di me si parla,ma vorrei afferrare quel poco di me che si ribella e capirlo.
Vorrei anche un manuale per interpretare il Mondo,il mondo che ho scelto.
Vorrei qualche risposta essenziale alle domande essenziali.
Non chiedo tanto,chiedo il Bignami più ridotto che ci sia.
Non voglio sapere tanto,voglio anche soffrire,non sia mai.
Ma certe cose mi piacerebbe proprio scavalcarle.

Sono diventato gradualmente pagano,ma mi sa che un salto in cattedrale ce lo faccio lo stesso.

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The Next Big Thing e il Tarlo

12 Settembre 2006 1 commento


Che poi è un’altro mio tarlo.
Di tarli ne ho tanti in testa a dire il vero.
Quello della prossima grande cosa dietro l’angolo è una costante…peccato che mi sono decisamente rotto i coglioni di continuare a fare il giro dell’isolato. Mi sa che mi fermo.
E poi il tarlo di adesso è particolarmente rognoso.
E’un mostro vero e proprio, non so se me lo sono messo in spalla io con comportamenti scorretti oppure me lo hanno appioppato per uno scherzo del destino.Sta di fatto che c’è, e lo devo far scendere.
Ma come?
Ignorandolo? No, intanto mi divorerà il cervello.
Togliendogli il terreno da sotto i piedi.

Poi probabilmente ne salirà un altro subito dopo…ma devo scegliere il male minore. Qual’è il male minore?

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Solo uno (ingorgo cerebrale)

1 Agosto 2006 2 commenti


In un certo senso è una sorta di ritorno al passato…forzato se vogliamo.
Anzi, oggi scriverei naturale e necessario. A volte mi trovo a gestire sensazioni decisamente contrastanti, e mai avrei pensato che una situazione di questo tipo (per non chiamarla col suo termine esatto, che non è il caso…) avesse insite certe contraddizioni. O forse sono come sempre insite nel mio cervello, lo stesso che non è cambiato di una virgola in tutti questi mesi, lo stesso che mi portava ad imbrattare un blog e che mi spinge(va) oggi (?) alle 02.00 a prendere carta e penna e venire in questa cucina. Sarà la mia “immaginazione iperattiva”, sarà il mio essere persona profonda, quel che volete…
Avete presente la sensazione di muro?
Ebbene si, la rivedo far capolino qua e la ogni tanto. Il passato ritorna, non solo il mio ma anche quello degli altri. Esiste una sottile linea rossa che lega i tempi e prima o poi ci andiamo a sbattere contro, non possiamo far finta che non esista e condizionerà sempre il nostro cammino.
Non si può pretendere che non ci sia stato, vivere come se nulla fosse…allora mi ergo a difesa del Radon-mondo, di ciò che è mio e solo mio, mi proteggo, non pensavo nemmeno di esserne capace e invece mi sta venendo naturale. Ne sono in un certo senso contento.
Per una volta, fanculo agli uomini veri. Mettiamoci una maschera e siamo uomini di carta, che gli uomini di carta sono più felici.
Viva Radon.
Due anni fa iniziai a cercare anime sensibili e scontri fortuiti attraverso i meandri della rete, i famosi “momenti dello spirito” in cui due essenze si incontrano…ascolto Brain Salad Surgery degli ELP in questo istante e mi sembra che il mondo debba finire da un momento all’altro.
La comunicazione non esiste.
C’è la riflessione individuale, altrui…che può cadere in trappole o strade già percorse, e farmi del male. Molto male. Non vedere con gli occhi di Radon è naturale, ma è male che Radon non possa mostrare la sua visuale. E’un difetto strutturale. Ce la devo fare, per me.
Che strana notte.
E’come fare un numero di telefono e sbagliarlo in continuazione.
Come tre mesi fa, come sei anni fa, come sempre.
Alla fine si è comunque soli, irrimediabilmente soli e non c’è nulla da fare.
In ogni caso, devo laurearmi. Lo farò, non so ancora bene quando ma lo farò. Vivrò solo con i miei spettri, non quelli degli altri di cui posso fare volentieri a meno. Con i miei, ho fatto amicizia da tempo.
Popolano tutti i miei posts spaziali.
Devi farlo, Radon.
E io credevo che lo si desse per scontato, che lo devo fare.
Che la contingenza a volte è superiore e per essere più uomo sei meno macchina. Sei più pensiero e meno azione, sei più trascendenza e meno immanenza. Sei più Radon, e meno “risultati conseguiti dal Radon”.
Ma sono evidentemente solo anche qui, nel credere alla giustezza o legittimità delle mie cause.
E sono solo nei giudizi, come voi siete soli nei vostri.
Non esiste la comprensione.
La definirei “costruzione mentale temporanea reciproca”. E’una stolta convinzione. Ho i brividi lungo la schiena!
Vorrei andare oltre il dolore del mio polso sinistro e del mio colon ribelle in questo momento, ma fa più male ipotizzare che chi non ha capito mai, non capirà poi o capirà quel che vuol capire e vani saranno tutti i miei sforzi.
Siamo soli, gente, siamo soli!
Si, sono proprio il tipico esempio di pensiero senza l’azione.
Male.
Posso pensare che sia meglio così, ma solo chi pensa soffre.

Sono ripetitivo, sto esaurendo anche gli argomenti del mio pensiero.
Questo fatto è di una gravità inaudita, immane. Non mi riconosco più. Tengo i piedi su due staffe per ora.
Io banale. Eh si. Sta succedendo.

Non c’è nulla da dire.
Ma dai, odio questo discorso (che poi non è un discorso).
Il mondo è un continuo discorso, c’è sempre da dire. L’uomo è parola.
Forse sarebbe meglio dire che non si sa cosa dire, non si è capaci di dire o non c’è nessuno a cui dirlo, che sia degno o capace di “far dire”.
Forse sono io uno di quelli, e mi fa male perchè ho SEMPRE creduto il contrario.
Presuntuoso.
Ma vale anche il caso opposto.
Non voglio smettere di scrivere, vorrei scrivere o dormire in eterno.
Come cambia il mondo che ci circonda, come cambia.
Perchè io non cambio mai? Eccetto l’autodifesa…
Si può imparare a cambiare?
Cambio abitudini, luoghi e azioni del vivere, idea e atteggiamento, ma non me stesso, c’è una radice profonda…quella che traspira da ogni Radon-pensiero su queste pagine.
Identità? Masochismo? Non vi è confine, nemmeno differenza.
Vorrei essere limitato, pragmatico, stronzo.
A fanculo i posts spaziali.
Venti minuti di Radon, fortissimamente Radon.
Solo Radon.
Vorrei vedermi tra cinque anni, anche soltanto un flash, per curiosità.
Sicuramente Emmett “DOC” Brown non sarebbe affatto d’accordo.

Sto perdendo la testa, e questa volta è più grave che perderla per amore.
La sto perdendo per troppo uso. Si sta usurando e non ce n’è un’altra di ricambio. Ma come si fa a spegnerla? Come?

Karn Evil 9 3rd impression mi sta aiutando…anzi no. E’come un cancro.
Che brividi, che brividi!

La volontà è tensione continua

16 Maggio 2006 1 commento


“Il tendere si vede sempre impedito, sempre in lotta, è dunque sempre un soffrire; non c?è nessun fine ultimo al tendere: dunque, nessuna misura e nessun fine al soffrire”

Eh già.
Schopenauer ci aveva visto proprio giusto.
La vita è continua tensione, verso un compimento sempre al di là da venire.
E non è la tensione moderna dell’epoca progressista, fatta di competitività all’estremo, gara alla sopraffazione reciproca, arrivismo, scalata al successo, crescita ed accumulo a tutti i costi e così via. Anche se, intendiamoci, questo contribuisce al senso di ansia, di carnefici e vittime, nessuno escluso.

E’piuttosto una condizione esistenziale.
Appartiene a tutti probabilmente.

A me che non sono un borghese ed amo la trazione continua,la vita al limite e perennemente creativa, oppure a me che invece in fondo in fondo sono uno squallido borghese amante di banali certezze e credo stupidamente che la tensione si allenterà al raggiungimento di chissà cosa?

La comprensione è un utopia

12 Maggio 2006 6 commenti


E’ così difficile la comprensione…

Sono quasi d’accordo con chi sostiene che non esiste.

Ciò che chiamiamo “comprensione” è solo l’attimo in cui lo spirito di due entità si incontra e viaggia parallelo…

Quindi chi comprende condivide senza dubbio quantomeno un percorso mentale, se non un idea o una realtà. Si “immedesima” in una veduta.

Poi domani si sveglia e fugge obliquo.
La comprensione è un compromesso.

C’è chi è più bravo o disposto a trovarlo, e chi meno.

Io personalmente vivo per i compromessi.
Odio non capire le persone. Mi sento inesistente, se non comunico.

La comprensione è un utopia, come l’anarchia.
Ed è per questo che va ricercata.

Storie

5 Maggio 2006 5 commenti


Oggi è finita una storia.
Che teoricamente ha visto il suo epilogo in una sera di settembre, quando come in un banalissimo film il cielo decise di sottolinearne il definitivo declino. Ma tale storia ha avuto delle scheggie, non ci si è mai persi di vista, ci si è frequentati sotto vecchie spoglie,magari solo per il sesso, o sotto nuove forme ed auspici, si è tentato di dare nuova linfa ad un qualcosa. Doveva essere un’altra storia, una storia diversa. Ma alla fine dei conti è stata sempre la stessa. E non importa se la controparte non la pensa così. Perchè la penso così io, ed ora ci sono io e basta, per una volta.

Una storia di grandi promesse e aspettative, splendidi momenti, picchi di grandezza immersi però in un perenne limbo di discussioni e tentativi di comprensione andati a male. E alla fine stancano, si sommano, qualcuno somatizza e cova nell’ombra.C’è chi si è già stancato prima di me.
Evidentemente, non sono io quello guasto, di questo mi do atto.
E a guarnire il tutto c’è sicuramente da qualche parte una costante mancanza di tatto e sensibilità.

Eppure, un velo di tristezza è calato quando ho acceso la macchina e sono risalito su. Non so perchè. Forse perchè dopo quasi 4 anni, seppure sia tu a lasciare volontariamente qualcuno, il distacco è sempre difficile e la sensazione di perdita è inevitabile.

Suonava “Heroes of Sand” degli Angra, nel mio lettore cd.

E per una storia che finisce, ce n’è un’altra che inizia.
Che è tra le mie braccia da poco più di tre mesi e la stringo forte. La stringo forte, si, sperando di non farle del male con questa mia stretta. Ma la tengo vicina al cuore e prego tutti i giorni che qualcuno la protegga, perchè sento che lo merita.E le splendide parole che mi hai regalato anche questa sera mi danno ennesima conferma. Non ho nessuna paura, ho cercato sempre il coraggio anche quando mi mancava. Ne valeva la pena. Ne vale la pena sempre! Per te.
Che continui ad essere una splendida sorpresa nella mia vita e che continui a brillare tra le mie mani. Come un sms che chiedeva un abbraccio, come una finestra di MSN che lampeggia a tarda notte, come la tua mano che incontra la mia sul tavolo di un locale…
Ancora oggi continui a splendere come il 28 gennaio, su quel palco. Ero lì per il mio sogno. Quel primo bacio è l’inizio di un sogno da cui non vuoi svegliarti, me l’hai detto tu. Dormi ancora con me, Ely.

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Reprise!

28 Aprile 2006 7 commenti


Eh già, caro il mio Radon.
Cominciavi a disturbarci, con questa tua lunga assenza dal blog.
E non è più davvero il caso.

Ma ora, i tuoi gentili e affezionati lettori saranno migrati verso altri lidi, come è giusto che sia. Caro Radon, le amicizie e gli affetti vanno curati!

Ma forse c’è sempre, in giro per la rete, qualche anima con le antenne aperte in grado di captare i Radon-segnali, quelli che per due anni hanno avuto il punto d’origine da questo blog. Che torna a trasmettere nel caos di internet. Frammenti di caos.

E che hai fatto in questi mesi, caro Radon?
Hai finalmente dato quella svolta di cui tanto parlavi alla tua vita? Chissà, forse quella sensazione di perenne divenire si è fermata, quel sentore di squilibrio esistenziale si è placato. Forse non vivi più la tua vita con la tensione schopenauariana verso un compimento sempre al di là da venire.

Ah, diamine.
Chiedo troppo. Non può accadere una cosa simile. Ti chiedo scusa se ti tormento con questi idioti pensieri.
Chi pensa troppo, diventa infelice. Ma è un uomo. Chi non pensa è felice ma è una larva.

E poi ti chiedo troppo, dai.

Forse ti sei laureato…hmm…no, è troppo anche questo.
Penso che stia per riprendere a studiare, o quantomeno provarci.
Non va bene, caro Radon, due anni per due esami. Ma che cazzo stai aspettando?

Hai smesso con la birra, o hai rincarato la dose?

Hai trovato un lavoro?
Hai fatto ordine nella tua vita sentimentale?

Che fine hanno fatto i Lumière? Qualcosa mi dice che è una storia andata a male…non so, ho questo presentimento. E con chi stai suonando ora? Hai appeso le tastiere al chiodo? Ma che è successo?

Dicci, dicci, caro Radon.

Oppure non dirci niente, e pensa per una volta a vivere, come hai fatto in questi ultimi mesi. A vivere lasciandoti travolgere dal corso degli eventi e pensando un po’meno agli altri. O forse no.

Che tanto quel famoso divenire è obbligatorio comunque.
Niente è per sempre, ma nemmeno per poco. Tutto è nel momento in cui è.

Però pensaci, ogni tanto.
Quelli Del Blog

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